Riceviamo dall'amico Alessio Conti (www.hnnateam.it/) e con piacere pubblichiamo, il resoconto della conferenza di psicologia dello sport, svoltasi giovedì 8 maggio presso la sede dell'Associazione Onlus "Amico Charly".
Relatore dell'incontro è stato Andrea Colombo ideatore di "Mentecorpo", associazione che si occupa sia di counseling psicologico a livello sportivo sia di psicoterapia.
Il tema di grande attualità e vastità è stato sviscerato partendo da una considerazione purtroppo attuale: i mass media indicano ed esaltano dei modelli vincenti (i vari Totti, Beckham etc.) ma il messaggio che danno di questi modelli si riduce a quello che viene definito "il profumo del successo" trascurando ciò che invece è "la puzza del risultato", ovvero i sacrifici, le fatiche e la parte più nascosta della prestazione che viene raggiunta solo lavorando sodo (a volte purtroppo con "scorciatoie").
Il lato debole di questi atleti non è mai mostrato, queste divinità sembrano esenti da Knock-Out, ma in realtà le cose sono ben diverse e sotto ogni atleta si nasconde una persona normale, con le sue debolezze ed i suoi difetti.
Questo modello di atleta perfetto porta troppo spesso all'identificazione dell'atleta con il risultato, e delle conseguenti pressioni fatte dall'ambiente per "essere all'altezza" o "per essere il migliore". E' per questo che sin dai primi passi del giovane talento nel mondo dello sport bisogna promuovere quegli aspetti etici dello sport: il rispetto delle regole (non fare ricorso al doping è una regola molto importante), il rispetto degli altri (l'avversario va sfidato lealmente) e soprattutto il rispetto per sè stessi (lo sport è innanzitutto benessere). Il ruolo degli allenatori e dei genitori in questo contesto è saper dire di no alle pressioni eccessive fatte dall'una o dall'altra parte e soprattutto nel periodo dai 7 ai 9 anni di promuovere attività che vertano sull'importanza dell'assunzione di un'etica sportiva, in quanto questo periodo è sensibile per lo sviluppo morale del bambino.
Se parliamo di sport parliamo ovviamente di risultato; ma in che modo il risultato può essere un fattore dannoso per il giovane atleta? Analizzando il concetto di risultato troviamo quattro fattori cruciali:
- è una spinta per migliorarsi
- può implicare un giudizio di valore
- è fuori dal controllo
- è legato alla paura di sbagliare
Se analizziamo questi singoli fattori possiamo convenire che:
1) la ricerca del risultato ha un'implicazione positiva nella spinta al miglioramento con i benefici dell'autorealizzazione ed il miglioramento dell'autostima.
2) implicando un giudizio di valore può portare all'eccesso della dicotomia Dio/Fallito, nel momento in cui un ragazzo raggiunga o meno l'obiettivo. Questo può essere molto fuorviante per il giovane in quanto potrebbe sviluppare un comportamento orientato o verso un narcisismo eccessivo oppure verso una frammentazione dell'autostima e del senso di autoefficacia.
3) essendo implicate molte variabili (situazionali, corporee, metereologiche etc.) il risultato è fuori dal controllo, in quanto la casualità è un principio da cui non si può prescindere.
4) una grande esasperazione del risultato accentua la paura di sbagliare, come se il raggiungimento o no dell'obiettivo sia un aut-aut inflessibile su cui verte tutto il mondo del giovane.
In definitiva l'esasperazione verso il risultato porta ad un aumento della paura sotto forma di tensione muscolare (che poi aumenta le probabilità di infortunio), oltre che al calo motivazionale, della fiducia di sè e dell'autostima.
Per ovviare a questi problemi l'unica via è il contenimento delle aspettative, riducendo la pressione attraverso semplici processi:
Un altro aspetto molto importante della conferenza ha mirato all'individuazione di tappe evolutive specifiche da seguire nella carriera di un atleta, con indicazioni importanti per allenatori e genitori nel processo educativo congiunto dei giovani. In breve una "carriera atletica" si suddivide in quattro tappe fondamentali di cui andremo ad analizzare le prime due, strategiche per lo sviluppo del giovane ma che coinvolgono più attivamente le figure genitoriali:
1) 4-12 anni: avvicinamento
2) 13-18/20 anni: sviluppo
3) 20-30 anni: completamento
4) 30-40 anni: fine carriera
1) L'avvicinamento del giovane allo sport:
Innanzitutto è da riconoscere, come ha dimostrato una recente ricerca dalla Nuova Zelanda, che spesso sono i genitori a riconoscere il "talento" o "predisposizione" del proprio figlio/a verso uno sport, e questo nella misura di 1/3 su un campione di campioni evoluti sui quali è stata fatta un'analisi retrospettiva della carriera: segno che i genitori possono dare una notevole mano all'allenatore nell'individuazione dello sport/specialità ideale del figlio.
Gli obiettivi da porsi sono:
In una visione generale quindi il divertimento va promosso attraverso l'attività di gruppo, il rispetto delle regole e del compagno vanno valorizzati con l'introduzione di un'etica sportiva (di cui abbiamo accennato sopra), e le restanti tre finalità sono da ricondurre all'attività pratica del coach che deve aiutare il giovane a mettersi in contatto con il suo corpo attraverso giochi ad hoc (utili enormemente per il contatto con la sfera emotiva), ad ampliare il suo bagaglio coordinativo motorio e sviluppando un concetto di multidisplinarietà intesa come "multi-sport" (il bambino/giovane deve essere capace di nuotare, correre, saltare, lanciare nei modi più disparati possibili) In questo caso il compito dei genitori deve mirare a dare fiducia all'allenatore che deve favorire nel suo operato tutti questi elementi, ed inoltre supportare emotivamente il figlio/a nelle attività partecipando ed interessandosi a ciò che fa.
2) lo sviluppo del giovane sportivo:
I fattori si adattano ovviamente all'evoluzione del ragazzo e quindi assumono dei connotati più "adulti":
In questo caso il coach diventa un supporto emotivo esterno per l'atleta, e deve però indirizzarlo verso un maggiore impegno e sopportazione della fatica intesa come intensità qualitativa e non quantitativa (anche se nella pratica la tendenza a dare peso alla quantità è sempre evidente nonostante gli stessi discorsi ripetuti da anni...), questo processo ovviamente porta ad una crescente specializzazione intesa come scelta di un unico sport, e non come specialità unica (la multeralità all'interno dello stesso sport va perseguita sempre) .
Il genitore diventa un punto di riferimento fondamentale per gli aspetti organizzativi e pratici del figlio (organizzare weekend per gare, vacanze etc.) ma mantiene il ruolo morale di dare fiducia ed attenzione al figlio iniziando a delegare sempre più all'allenatore ma facendo riflettere il figlio sul significato della vittoria e della sconfitta come elementi cruciali della vita nella loro accettazione.Un caso a parte è il discorso dei genitori/allenatori che, come dimostrano ricerche recenti, sono più rigidi con i figli che con gli altri atleti, comportamento che può sembrare controverso ma che viene visto positivamente dai figli per una divisione dei ruoli più rigida e ben definita.
In conclusione il monito è sempre quello di non far crescere troppo velocemente un giovane figlio o atleta, in quanto bisogna avere pazienza ed aspettare, senza lasciarsi condizionare dalle chimere di record ed altro. Infatti bisogna sempre ricordarsi che "lo sviluppo di un atleta proviene dalla capacità di adattarsi con successo alle sfide ed agli obiettivi delle diverse tappe evolutive", bruciarle vuole dire rovinare un atleta ma soprattutto complicare il cammino ad un uomo.
Per maggiori informazioni ed approfondimenti su questa tematiche potete inviare una mail a
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