L’idea di fare un libro sull’atletica non mi era mai passata per l’anticamera del cervello. Però l’occasione può fare l’uomo non solo ladro ma anche opportunista, togliendo alla parola quell’aura di negatività che porta con sè.
Così un anno fa, in un mattino di primavera (ora posso dirlo: bello) mi sono visto arrivare una richiesta di amicizia su Facebook. Non essendo un fatto molto frequente, ho subito esultato rievocando il film di Paul Newmann: lassù (nell’empireo del web) qualcuno mi ama.
Lassù in senso figurato, ma anche geograficamente inteso, vista l’ubicazione fra le montagnes valdotaines di Eddy Ottoz. Era lui, il mito degli ostacoli alti, medaglia di bronzo alle Olimpiadi di Città del Messico nel 1968, a chiedermi di diventare suo amico virtuale.
Richiesta subito accolta, anche perché rinverdiva in me il ricordo del viaggio di nozze di quel lontano 1977, pur conferendogli una patina di malinconia: l’altra protagonista, di nome Patrizia, non è più fra noi. E dunque il lassù va bene anche per lei. A quei tempi la Vallée da noi visitata brulicava di cartelli pubblicitari: Ottoz, con Ebo Lebo digerisco anche mia suocera.
L’estroso ostacolista, attaccate le scarpe al chiodo, si era dedicato all’azienda paterna che produceva digestivi, mettendosi in concorrenza con certi frati certosini, tanto pazienti quanto liquorosi. Di solito si dice che le disgrazie non vengono mai sole, ma talvolta possono essere anche le sorprese positive ad arrivare in coppia, come le picce dei fichi secchi.
Il giorno dopo invece della solita faccia, da Facebook ha fatto capolino un’asticella con tre numeri e una virgola: 2,01. E’ il numero magico di Sara Simeoni, il suo record mondiale. Anche lei voleva essermi amica. E’ stata questa doppia scintilla ad alimentare la mia scorribanda nel campo dell’atletica, della quale avevo solo vaghi ricordi televisivi della gioventù. Si fa presto a dire atletica palestra di vita o, più poeticamente, metafora della stessa. L’atleta è come l’aquilone pascoliano che ondeggia, pencola, urta, sbalza, risale e poi prende il vento? Correndo, saltando, lanciando si impara davvero anche a vivere?
Meglio andare a ricercare i protagonisti che calcarono le piste e le pedane negli anni che furono. Capire che cosa sia loro successo dopo che le scarpette penzolavano dal chiodo, oppure giacevano in qualche ripostiglio polveroso, come nella canzone cantata da Gino Latilla: vecchia scarpina, quanto tempo è passato, quante illusioni fai rivivere tu…
Chissà se quelle di Livio Berruti, ora che festeggia i 50 anni dalla grande vittoria sui 200 metri alle Olimpiadi di Roma, avranno ripreso il loro bianco originario, espellendo quella mano di vernice nera frutto del lavoro notturno del rivale, il mattacchione Sergio Ottolina, in combutta con altri burloni.
Ditelo voi, signori dell’atletica, com’è diversa la vita quando non è più segnata dallo sparo dello starter, scandita dall’arida contabilità dei cronometristi, regolata da una bandiera che se è rossa ti indica che hai sconfinato.
Oltre alle multe di qualche autovelox, c’è qualcos’altro a dirti che stai bluffando con la tua vita? E’ più facile riconoscere la voce dello speaker o quella della propria coscienza? Perché questa può diventare un flebile sussurro, soffocata dalle tante grida da cui è circondata. Interrogativi, domande, provocazioni che si intrecciano con le storie di una ventina di ex atleti. Questo è il mio ultimo libro, “Stelle senza polvere”. La forzatura nel titolo è evidente e doppia. Ne chiedo scusa. E’ anche volontaria, a differenza dell’ironia provocata dal titolista distratto di non so quale giornale: “cinese morto, ripescato in Arno. E’ giallo”. Non tutti gli intervistati sono state stelle. Alcuni, più che stelle sono stelline.
Queste si consolano evocando i vertici dell’egualitarismo: stella o stellina la notte s’avvicina. Così, ho reso omaggio non solo ai (pochi) vincitori ma anche ai (molti) comprimari. Sono stati loro ad appuntare sul petto dei campioni la medaglia, come faceva il prode comandante dello squadrone avvoltoi, Dick Dusterly, con il fido Muttley, nel mitico cartone animato di Hanna & Barbera. L’inno all’atletica deve essere globale. Dunque viva le stelle e le stelline. La seconda forzatura è sull’assenza di polvere.
Un po’ c’è in tutti. Vera, come quella che si è posata inesorabile su medaglie e trofei. Metaforica, plasticamente rappresentata dai capelli incanutiti o dalle piazze, vaste quanto Villa Borghese, di certi uomini. O dalla quantità industriale di cipria con cui certe donne cercano di nascondere le rughe profonde. La mia scorribanda nel mondo dell’atletica mette in luce storie diversissime ma con alcuni tratti comuni. Sempre all’origine c’è un maestro, un’insegnante o un educatore che ha visto delle qualità, ha incoraggiato nelle difficoltà, ha corretto gli errori.
Così è successo anche per Pietro Mennea, che pure aveva iniziato da solo, sfidando le macchine di grossa cilindrata in gare di 50 metri per un viale di Barletta. Il secondo elemento è la serietà con se stessi. I risultati non si ottengono attraverso illusorie scorciatoie ma con il sacrificio e il lavoro quotidiano per migliorarsi. Magari alimentando la volontà alfieriana che fu di Gabriella Dorio.
Dopo aver vinto una gara di corsa campestre si pose l’obiettivo olimpico, suscitando matte risate nelle sue compagne. Puntò solo su quelle che don Giussani avrebbe chiamato evidenze elementari: “Ho una testa, ho due gambe, perché non posso riuscirci?” E ci riuscì a Los Angeles nel 1984.
Si era limitata a seguire o consigli del primo allenatore della storia, Paolo di Tarso: “Non sapete che nelle corse allo stadio, tutti corrono, ma uno solo conquista il premio? Correte anche voi in modo da conquistarlo!” (1 Cor 9, 24). E l’importanza della partecipazione decoubertiniana? Anche Eddy Ottoz è d’accordo ma nota che nel corso degli anni è diventata partecipazione..agli utili.
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