Il lavoro meccanico è sostenuto da due processi: quello nervoso (produzione e conduzione degli stimoli nervosi) e quello bioenergetico (energia necessaria per la contrazione muscolare).
I due processi sono collegati, anzi l’uno - la contrazione muscolare - si scatena in conseguenza degli impulsi emessi dall’altro.
La contrazione del muscolo infatti è l’effetto dello scatenarsi della salva di treni di stimoli che lo raggiungono e che quindi ne sono la causa.
Quando un lavoro meccanico massimale si protrae per tempi significativamente lunghi, i processi fisiologici che presiedono l’attività di movimento si trovano nell’impossibilità di reiterare (mantenere pressoché costante) lo sforzo (= impegno neuro-muscolare).
Per cui non si può che sottolineare l’importanza fondamentale dei processi fisiologici attinenti al sistema nervoso come centrale di emissione degli stimoli se si vuole comprendere che la reiterazione di sforzi di intensità pressoché massimale è possibile soltanto se l’autonomia del Sistema Nervoso Centrale (SNC) lo consente.
Nelle specialità di corsa veloce l’elemento che limita tale fenomeno è rappresentato dall’impossibilità del SNC di produrre salve di treni di stimoli necessari a sostenere per tempi sufficientemente lunghi un impegno di tale portata.
E’ infatti dimostrato che le fibre muscolari “richiamate” dopo un’ impegno massimale di breve durata “contengono ancora le sostanze energetiche per contrarsi al massimo della loro potenza”. La barriera della velocità nello sprinterismo, verosimilmente quindi, non insorge per mancanza di “carburante muscolare”, quanto invece per carenza di energie nervose.
Successivamente al miglioramento prestativo, nel lavoro di resistenza alla velocità si deve quindi pensare non solo ad allenare l’autonomia del sistema nervoso ma anche a consolidarla nel tempo.
Ci si è resi conto che raggiungere il secondo scopo, quello del consolidamento del livello delle capacità raggiunte, è necessaria una mole di lavoro tale da consentirlo.
Questa ovviamente è legato alle capacità del soggetto, che vanno però ogni anno stimolate a livelli più alti.
Ne consegue che tutto ciò non è possibile mantenendo le intensità di lavoro massimali.
E’ necessario quindi che queste scendano leggermente senza compromettere la sufficiente intensità.
Ne deriva che sarà necessario reiterare lo sforzo per quei volumi la cui intensità possiamo racchiudere in un range di impegno dal 95 al 98% dell’intensità massima (tempo record ottenuto nelle stesse condizioni in allenamento).
Quando utilizzare l’allenamento della resistenza alla velocità.
Se trattasi di una periodizzazione singola, in vista delle sole competizioni all’aperto, la metodologia dovrebbe utilizzarsi al completamento del lavoro di forza, per circa 60 gg .
Qualora, invece, si utilizzasse una periodizzazione doppia questa metodologia verrebbe applicata soltanto alla ripresa della preparazione del secondo ciclo dopo le competizioni indoor e sempre per la stesa durata di circa 60 gg.
Per questi motivi: si rischia di ripetere per due cicli intervallati solo da un breve periodo di competizioni lo stesso mezzo senza ottenere poi niente di più e frastornando solo l’atleta in un periodo in cui le stesse prove così brevi di 60 metri non necessitano di una capacità di resistenza così esasperata.
La ripetizione pedissequa non dà frutti. Come non li dà una intensità al di sotto del 95% .
Qualsiasi intervento utilizzato nella preparazione indoor porterebbe questa capacità ad un livello che nel giro di 40 gg. (periodo delle competizioni indoor dal 15/01 al 10/03 ) scenderebbe inesorabilmente non essendo più stimolata data la brevità della distanza da percorrere, rendendo inane e pericoloso il precedente sforzo fatto per migliorarla.
Per chi si avvicina all’allenamento specialistico è preferibile iniziare il lavoro di resistenza alla velocità con volumi contenuti ma con intensità elevate e proseguire negli anni con questa indicazione. La soluzione inversa (altissimi volumi a medi/basse intensità che col tempo diventano volumi più contenuti ad intensità più alte è sconsigliabile perché oltre che sfibrante per l’atleta risulta inutile. Per esempio si potrebbe iniziare proponendo dalle 4 alle sei serie di 2x60 con 3’ di pausa fra le prove e 6’ fra le serie per finire nello stesso anno a correre 5 serie da tre ripetizioni sempre di 60. Per la resistenza alla velocità riserverei gli 80 metri solo dopo alcuni anni di attività e solo quando l’atleta ha “CONSOLIDATO” le distanze più bervi a velocità adeguate. Correre serie di 60 o di 80 al 80/85 (90 %) non serve allo scopo. E poiché il tempo che possiamo dedicare all’allenamento è limitato dobbiamo in quelle poche ore sforzarci di fare le cose che servono.