il rapporto allenatore atleta

Le interrelazioni tra allenatore-educatore ed allievo che un tempo partivano dall'assunto che fosse quest'ultimo il centro dell'azione educativa e dell'interesse dell'educatore, come soggetto da considerare l’ unico e vero attore, come era giusto che fosse, sono andate via via deteriorandosi fino a trasformare l'educando-allievo in oggetto che permettesse all'allenatore di utilizzarlo come testimone delle sue capacità professionali, speculando sui miglioramenti ottenuti.

Ha avuto sempre più risalto la figura dell'allenatore e diventata più periferica all'azione educativa, quella dell’ allievo, usato per favorire l'affer­mazione del suo educatore e delle sue strategie metodologiche. Naturalmente tutta l’azione educativa ha subito stravolgimenti negli indirizzi ideologici e nella qualità, dei contenuti. Questo e accaduto in maniera sempre più evidente a causa, secondo il mio modesto parere, di due motivi:

la marcata pubblicizzazione dell'evento sportivo,di cui anche l'al­lenatore voleva godere;

la errata convinzione che l’eclatante pubblicità conseguente alla realizzazione di manifestazioni importanti come Campionati Europei e Mondiali delle categorie giovanile (16/17 anni e 18/19) potesse favorire l'interesse e rendere più vasto il  reclutamento.

Errore più grave non poteva  essere  commesso, poiché  e dimostrato ampiamente  dai  fatti, come  dal  1970   (anno mi pare della  inaugurazione dei Campionati Europei Juniores, proprio a Parigi ad oggi, soltanto uno  sparuto  e  misero  gruppo  ai  atleti  Juniores  medagliati è entrato negli  anni  successivi nella schiera  degli  atleti   di  elite nelle  successive  Olimpiadi  o   Campionati   Europei  assoluti.

Io non mi sento di specificarne i motivi veri, ma è certo che un simile effetto avrebbe dovuto essere più che sufficiente a sottolineare l'incongruenza di una simile scelta e stimolare la curiosità per motivare una attenta e profonda indagine, allo scopo di correggere, eventualmente il tiro, trovando altre e più proficue soluzioni. Niente di tutto questo si è nemmeno pensato, al contrario, si è proseguito caparbiamente ed acriticamente, spingendo coloro che del fenomeno si occupavano in termini operativamente pragmatici, a cambiare contenuti e strategie degli interventi e dell'azione educativa. Gli allenatori si sono lasciati purtroppo convincere, pian piano, che allenare un giovane talento potesse essere come allenare un campione giovane.

La distorsione rimaneva tutta nei termini e nella sostanza, giacché il giovane talento avrebbe dovuto diventare un campione, ma da adulto. Questo, molto spesso, direi anche troppo spesso Ha spinto i tecnici ad accontentarsi di ridurre in sedicesimo le strategie metodologiche del training ed i carichi di lavoro per adattarli al giovane talento. Niente di più grossolano e pericoloso si poteva mai ipotizzare.

Non è infatti logico rispondere alla domanda: è più difficile allenare un giovane talento o un campione adulto, poiché è mal posta, in quanto le due sono cose diverse. Ciò che il giovane deve fare, l'atleta adulto l'ha già fatto ciò vuol dire che quanto l'atleta adulto sta facendo il giovane talento lo farà solo nel futuro. Naturalmente tutta l'azione educativa è stata stravolta negli indirizzi ideologici e nella qualità dei contenuti della prassi. I danni più gravi sono iniziati in conseguenza della distorsione della strategia di approccio all'attività giovanile, già nelle prime fasce d'età intorno ai 12 anni.

La scelta prematura non solo della disciplina sportiva,ma anche della specialità da praticare;

Il conseguente orientamento metodologico,infarcito di contenuti ed interventi precocemente specifici e per questo limitati nel numero ma soprattutto difficili da sostituire negli anni e, quindi, soggetti ad una ripetizione pedissequa che ne riduce ed arresta gli effetti di miglioramento. Non si dimentichi che la continuità dell'accumulazione degli effetti della evoluzione prestativa, viene assicurata dalla ricchezza, dalla qualità degli stimoli e dalla variazione dei parametri del carico del training;

Una programmazione dell'attività di allenamento (preparazione e competizioni), artificiosamente ed erroneamente organizzata a rispecchiare quella di un campione adulto;

La dimenticanza, da parte dell' allenatore-educatore, della essenzialità del convincimento dell'allievo a realizzare una scelta condivisa che lo responsabilizzasse ad una partecipazione cosciente ed attiva, la sola a poter mobilitare in maniera esaltante, tutte le risorse psico-nervose del suo allievo.

Questi alcuni dei motivi di tanti fallimenti di talenti mai diventati campioni. Queste spinte centrifughe ed improprie ad una attività di formazione di base a sviluppo psico-fisico integrale, hanno portato ad una speculazione distorta e ad una valorizzazione aberrante dei mezzi e delle metodologie di training per lo sviluppo della componente fisica, a scapito dell'affermazione del principio educativo che conducesse ad una completa, solida ed equilibrata maturazione dei processi psichici che conferissero al giovane esperienza di se e dei suoi comportamenti. In termini più semplici, sarebbe più utile, nell'età dello sviluppo e dell'approccio all’attività, occuparsi molto di più di ciò che risiede e viene elaborato dal collo in su, piuttosto dell'altro che è distribuito dal collo in giù. L'attività fisico sportiva giovanile intesa come processo psico-pedagogico educativo ha un suo significato caratteristico se risponde a due particolari esigenze:

essere programmata in funzione del futuro;

essere organizzata per favorire, nel giovane, l'acquisizione progressiva di una sempre migliore e completa autonomia per governare consapevolmente e responsabilmente i suoi comportamenti a misura che cresce la sua evoluzione. Finendo di essere, ciascuna di queste due (autonomia ed evoluzione )nel contempo, effetto e causa dell'altra.

Due principi troppo spesso dimenticati che debbono essere sostenuti dalla convinzione del giovane ad una applicazione seria e scrupolosa che lo responsabilizzi soprattutto verso se stesso, spinto dalla curiosità di conoscere i suoi punti di forza e le sue debolezze, le sue ricchezze e le sue miserie comportamentali. Il giovane deve altresì convincersi, aiutato dal suo allenatore-educatore, che quanto sta realizzando ricadrà sotto forma di effetti positivi su se stesso, soltanto se lo avrà voluto fortemente. Momento qualificante e stimolante dell'azione educativa è l'occasione esaltante della competizione che deve arricchire il programma di attività del giovane, in quanto impegna tutte le sue individualità: caratteriali/temperamentali/intellettive/psichiche e fisiche. Momento esaltante che alla pari di qualsivoglia importante e grande avvenimento, produce emozioni tali da richiedere un alto livello di capacità di controllo per gestire al meglio il conseguente stato di eccitazione ed il "surplus" di energia che ne deriva, al fine di esaltare le capacità prestative. Capacità psichiche più che squisitamente fisiche, migliorate ed affinate se  il giovane è stato  disposto a partorirle, e se l'aiuto  dell'allenatore è andato  in  questo senso.

La competizione, quindi, come momento di verifica che funge da cartina da tornasole del livello di autonomia comportamentale del giovane in particolari e forti stati di tensione psico-nervosa. E' molto importante che il giovane comprenda che c'è una stagione per costruirsi e gratificarsi di aver superato se stesso, ed un'altra per appagarsi di aver superato gli avversari ed allora, poiché quella che lascia il segno e dà l' impronta ai successivi atteggiamenti è la prima stagione, mi permetto di proporre il mio decalogo del giovane competitore.

Voglia di competere per scoprire soprattutto le reazioni caratteriali e temperamentali stimolate da un grande evento ed imparare a gestirle.

Nella competizione gratificarsi soprattutto di aver superato se stesso e non l'avversario.

Trovare sempre forti ed importanti motivi e stimoli per impegnarsi a migliorare.

Praticare spesso, (non sempre) la filosofia dell' insoddisfazione poiché l 'appagamento addormenta gli stimoli.

Convincersi e credere nella indispensabilità dell’allenamento e dell'impegno responsabili come unici mezzi per migliorarsi.

Porsi obiettivi sempre più qualificanti, ma possibili.

Ridiscutere, in caso di controprestazioni, con senso critico e realistico e rigoroso, i veri motivi, invece di spostare l'esame verso cause improprie dei fallimenti, per escludere il proprio coinvolgimento nell'insuccesso.

Farsi spingere dalla curiosità per scoprire, senza limitazioni, se stesso, i propri punti di forza e le proprie miserie.

Non temere qualora si palesassero, nei comportamenti, carenze e mediocrità, se si è disposti ad aggredirle e colmarle. Se si ha carattere queste possono servire da stimolo.

Parlare e confidarsi con il proprio allenatore, senza reticenze, avere di lui la massima fiducia. Quello che gli si nasconde lo porterà fuori strada, a soluzioni non coerenti alle vere necessità.

Io credo che tali contenuti dell’azione educativa, tendenti a mettere in atto tutte le potenzialità del giovane, per una proficua serie di esperienze formative per il futuro, mal si conciliano con forme elitarie di affermazioni individualistiche quali Campionati Europei e Mondiali Giovanili, il cui significato, privo di qualsivoglia etica educativa, resta, poi, soltanto fine a se stesso.

Prof. Carlo Vittori