Che fenomeni ma che tristezza
Questa mattina, aprendo il sito della Fidal, la mia attenzione è caduta sull’articolo “Haliti record italiano allievi sui 500” che qui testualmente riporto: Ancora un record per Eusebio Haliti, protagonista assoluto fra gli allievi della stagione indoor 2008.
Il portacolori della pol. Rocco Scotellaro Matera che già quest’anno aveva abbassato il record italiano di categoria indoor dei 400 con 48.86, ha ottenuto al Campo Scuola Duni di Matera il nuovo primato italiano dei 500 con 1:03.6, cancellando il vecchio record di 1:04.4 che risaliva a ben 27 anni fa.
Haliti è stato aiutato nella sua impresa dal compagno di squadra Gianluca Mastropasqua che lo ha stimolato fino ai 300 metri, poi Haliti è stato autore di un’entusiasmante progressione. Haliti, classe 1991, si era già laureato campione italiano indoor quest’anno ad Ancona”.
Ma come può al giorno d’oggi la scienza dell’allenamento riuscire ancora a partorire certe aberrazioni pedagogiche ed educative?
Queste scelte agonistiche finalizzate all'ottenimento di una eclatante prestazione rappresentano lo stravolgimento culturale che è alla base degli insegnamenti che il buon senso e la scienza propongono per queste fasce d’età.
Da censurare è l’accanimento – nel giovane, come anche nell’adulto – della ossessiva ricerca del record come fine di un percorso addestrativo, che qui non vogliamo ne tanto meno possiamo giudicare, ma sui cui mezzi abbiamo il dovere morale in qualità di educatori di esprimere opinioni non felici.
Questo record è frutto della premeditazione perché agevolato dall’utilizzo della lepre che pure in manifestazioni internazionali di livello assoluto sono state proibite.
Qual è stata quindi – ci si domanda – la finalità educativa di questa “esibizione”? E’ evidente che con comportamenti analoghi si finisce inevitabilmente per speculare sulla giovane massa biologica scimmiottando i comportamenti degli adulti e fra questi solo quelli dei grandi campioni.
Comportamenti che lasciano intuire strategie di allenamento e approcci comportamentali basati sulla speculazione piuttosto che sulla strategia del predisporre.
Dov’è finita la politica dei piccoli passi ?: far crescere l’atleta, farlo diventare campione gradatamente nel rispetto della sua individualità biologica e comportamentale? Cosa rappresenta questo record come tutti gli altri stabiliti nelle medesime condizioni nelle stesse fasce d’età’? qual è il suo significato? Cosa dimostra?
A queste belle domande sarebbe utile avere una risposta.
Lo stesso grande velocista Russo Valery Borzov era solito dire: le vittorie valgono più dei record. Noi siamo più bravi però e quindi diciamo che sono meglio i record giovanili che tutto il resto. Giusto? Tanto questi ci danno visibilità immediata.
Ma soprattutto ci dobbiamo domandare se facciamo veramente gli interessi del ragazzo, perché dei figli degli altri che stiamo parlando, è sui figli degli altri che facciamo i nostri piccoli esperimenti, teniamolo sempre a mente questo cari colleghi.
Nell’interesse di chi quindi questo record è stato realizzato? come anche gli altri eventualmente siglati con le medesime modalità da altri atleti ? E i miei ricordi si soffermano su molte tragiche scene di cui sono stato testimone sui campi di tutta italia in molti anni di attività prima come atleta e poi successivamente come tecnico.
Protagonisti, allenatori che si accapigliano incitando con smodata enfasi fanciulli alla prestazione o che rasentano la colluttazione con colleghi o giudici per ragioni futili se paragonate all’importanza della festa (perché a livello giovanile le gare feste devono intendersi).
Futili motivi in fondo che per lo più si concretizzano in corsie sfavorevoli assegnate ad atleti apparentemente più meritevoli, o batterie mal composte. Ma stiamo parlando di giovinetti, rendiamocene conto! Va bene, potrà essere stato anche sfavorito, ma in che cosa?, qual’ è questa cosa di così irrimediabile che a 13 anni o poco più non possa essere superata alla prossima gara?
Siamo educatori, abbiamo il dovere di trasferire oltre alle competenze tecniche, valori come il rispetto per gli avversari, per i giudici, per gli altri tecnici e per la federazione nei cui ambiti svolgono la loro attività agonistica. Abbiamo il dovere di tutelare i ragazzi che ci sono stati affidati rispettando la loro crescita fisica e psichica.
Con questi comportamenti togliamo ai ragazzi l’innocenza della spensieratezza, che muore, soffocata sotto il peso delle frustrazioni di noi adulti.
Per non parlare poi dei comportamenti di taluni genitori esaltati e ossessionati, la cui ragione viene offuscata dal desiderio travolgente di cronometrare tempi sempre piu' veloci o misurare salti sempre più lunghi ai loro piccoli campioncini in erba, e il tutto nel più breve tempo possibile.
Siamo la nazione al mondo che vincerebbe le olimpiadi se esistessero quelle giovanili (ragazzi, cadetti e allievi), ma siamo anche la stessa nazione che a stento riesce a piazzare ogni 4 anni un finalista nella massima rassegna assoluta.
Questo ci deve far riflettere per individuare le vere cause del problema che troppo spesso vengono impopriamente riversate sulla FEDERAZIONE in senso lato, mentre le vere cause sono da ricercare nell'attività che noi tecnici quotidianamente realizziamo sui campi.
E, per concludere questa parentesi, lancerei una domanda che si propone anche come momento di riflessione: quanti di noi colleghi hanno allenato ragazzi che hanno vinto titoli giovanili, hanno fatto record e quanti di questi si sono affermati in seguito in ambito assoluto con gli stessi risultati? Non ho i numeri, ma riflettiamo insieme tutti quanti per evitare il perpetuarsi, di eventuali errori.
Una quindicina di anni or sono, mossi i primi passi come tecnico, e mi capito' fra le mani un giovanissimo talento che al suo secondo anno di attività da allievo, realizzo' 10"6 sui 100.
Una cosa formidabile per quella età.
Lo stesso in età adulta sebben capace di 10"52 sui 100 non fu' in grado di esprimere valori che minimamente potevano essere avvicinati al 10"6 giovanile. Molto verosimilmente, le tappe che in quella età furono da mè saltate al fine di previlegiare metodologie speculative, errori commessi si in perfetta buona fede ma anche nella piu' ceca ignoranza, non consentirono all'atleta in età adulta di esprimere tutto il suo potenziale genetico e motivazionale, castrando probabilmente le sue sacrosante aspettative. Questa esperienza fà da anni parte del mio bagaglio di "ricordi" da non dimenticare.
I record certo fanno piacere a tutti, ma assumono un significato ben diverso se ottenuti senza una pianificazione accurata e nel contesto di una manifestazione istituzionale giovanile, che magari in futuro ci saranno anche, ma che non cancella purtroppo la traccia dello stravolgimento pedagogico ed educativo ormai perpetuato.
Traendo spunto dalla vicenda Haiti, ho voluto trasferire questa mia esperienza e queste mie determinazioni su una questione che mi è particolarmente a cuore.
Buona atletica a tutti.