Un assunto da non dimenticare

Il tema che ho scelto di proporre è, a mio avviso, d'importanza fondamentale e per questo dovrebbe essere trattato, senza lasciare equivoci, come premessa al primo approccio culturale nella formazione dei tecnici allenatori.
Io sono convinto che la maggior parte, per non dire la totalità, della divulgazione tecnica dovrebbe avere contenuti pratici raccolti da annose esperienze vissute diventate verosimili dalle tante risposte positive.
Ciò vuole dire praticare la filosofia del fare e del come fare.
Dovizia di proposte su discipline contigue per stimolare una vasta gamma di capacità ed idoneità, per favorire un approccio con la parte dell'atletica che vive, e non quella che si legge nelle tante e poi tante bibliografie infinite per raccontare fatti ed avvenimenti altrui, invece di far conoscere i propri.
Per muovere e stimolare la passione dei giovani ci ben altro entusiasmo dell'educatore, quello che ha e rinnovato mille volte la sua attività, per arricchire il suo insegnamento di quel lievito che ne assicura l'efficacia degli effetti.
Ho preso spunto dalla lettura di un articolo su una rivista di sport, per paventare quante pericolose storture ed equivoci si possono provare da una lettura frettolosa e superficiale di informazioni, se pur ineccepibili nel loro tecnicismo.
Lo scritto in oggetto, ma il riferimento vale per tutti i lavori della stessa natura pubblicati in passato, ci consegna le comunicazioni di una ricerca metodologica per il miglioramento di una particolare tessera del complesso mosaico prestativo di una disciplina sportiva.
Ne specifica i mezzi e le modalità del loro sviluppo con una eccellenza della procedura de della coerenza fra l'ipotesi e la tesi, tanto da meritarsi l'assimilazione ad una vera prassi scientifica.
La ricerca, però, come del resto è gia accaduto nel passato in altri casi simili, risulta mancante di notizie sulla certezza della ripetibilità, negli anni, dei medesimi effetti positivi riscontrati durante l'indagine.
E' chiaro che non potendo nessuna ricerca di questa natura prolungarsi per diversi anni, non potrà mai dare risposte esaustive sul futuro, e per questo è, quindi, incolpevole della mancanza. Purtroppo ed inevitabilmente l'allenatore si renderà conto, nel volgere al massimo di due anni, che gli effetti migliorativi si ridurranno, prima, e scompariranno, poi.
Ed allora inizierà il panico ed il cammino incerto e tortuoso alla ricerca di altre vie metodologiche ma con poche esperienze, e nel migliore dei casi si farà tesoro ma attendendo i tempi lunghi della conoscenza almeno verosimile, nel migliore dei casi; oppure se si ha fretta, affrontare l'uso di additivazioni o l'abbandono dell'atleta, nel peggiore.
Questo ci ha mostrato spietatamente e crudelmente l'annosa pratica vissuta sulle piste, spingendosi a rielaborare ed arricchire i dettati dell'allenamento rielaborando e sottoponendo a critica spietata quanto fatto, per organizzare il nuovo, più adeguato rispondesse alle sempre crescenti esigenze di atleti che andavano migliorando la loro qualificazione. Tutto allo scopo di più adeguate evoluzioni.
Si comprese che l'uomo atleta necessitava di fondamentali stimoli per accrescere il rendimento della sua attività “MOTIVAZIONI” più importanti; ricerca del “NUOVO” per mantenere vivo l'interesse; mettere in “CRISI” il sistema biologico aggredito con il training.
Termine, quest'ultimo piuttosto vago, ma che vuole comprendere la componente “neuro-endocrina e psichica, come causa, e quella muscolare come effetto ; giacchè predisposta soltanto a corrispondere risposte conformi agli stimoli.
E' quel particolare disagio, insito nella crisi del sistema, a determinare, per autoconservazione, la “super-produzione” di quanto è stato distrutto dall'allenamento.
Risultò piuttosto lapalissiana la considerazione che qualsiasi “METODO”.
La ricerca, però del resto è accaduto sempre nel passato in altri casi simili, dovesse contenere una diversificazione di principi e soluzioni che gli consentissero di mantenere l'efficacia nel tempo degli effetti di crescita sulle capacità stimolate, come era accaduto in fase iniziale di sperimentazione.
Quasi sempre si è confidato soltanto, ma purtroppo, sugli aumenti dei carichi di lavoro, pensando erroneamente, però, che bastasse la crescita dei due parametri che li determinano “ intensità e volume ”, per apportare le efficaci variazioni al metodo ad ottenere la reiterazione, negli anni a seguire, degli effetti migliorativi.
Non è pensabile trasformare in un mulo da soma un atleta, prototipo di velocità, agilità e scioltezza di movimenti?
Rimane pur sempre valido l'antico adagio: “val più la pratica della grammatica, quando la prima si coniuga con l'equilibrio, la saggezza ed in senso critico dell'educatore.
Del resto non è l'empirismo che considera l'esperienza come la scienza della conoscenza?