Il paragone fra quello che gli uomini italiani dell'atletica hanno rappresentato e fatto in passato e quello che rappresentano e fanno adesso, è francamente improponibile.
Primo Nebiolo " Il Grande Dittatore" è stato uomo osannato ma anche fortemente contestato per quelli che adesso rappresentano ancora una vergogna planetaria come il salto allungato di Evangelisti.
Così si pronunciava Livio Berruti all’interno di un'articolo pubblicato su " La Repubblica" l' 8 novembre 1999.
Ma Nebiolo è anche stato l'uomo che ha fatto l'atletica.
L'ha inventata.
L'ha valorizzata.
Ha creato i presupposti affinchè l'atletica diventasse la regina mediatica di quei tempi.
E ora?
Ci si interroga sulla sua eredità.
Ci si interroga sui risultati ottenuti dalla dirigenza che gli è succeduta e sul peso politico che adesso rappresentano i nostri gestori.
Ci si domanda dove andrà a finire l'atletica di Nebiolo.
Molti i lunghi applausi regalati a Nebiolo per ricordare la sua scomparsa 10 anni fà.
C'erano tutti nel corso di una speciale cerimonia presso il Salone d'Onore del CONI a Roma: Arese, Cararro, Petrucci, Pescante.
Quante belle parole si sono dette.
Ma nel concreto le idee e i fatti sono veramente pochi.
Si è celebrato un personaggio come Nebiolo su cui a torto o a ragione si è sputato veleno e che oggi, si celebra come un santo fra tanti "Vecchi (e nuovi) Amici".
Da dove si è partiti?E dove si è arrivati?
Povero Nebiolo.
Se potesse vedere adesso che fine ha fatto la sua creatura.
Ma anche del Golden Gala non potrebbe più orgogliosamente vantarsi.
Lui che nell'80 dopo i Giochi di Mosca boicottati lanciò a Roma il Famoso meeting Internazionale dove vennero tutti: 208 atleti, 21 paesi, l60 mila spettatori, un record ancora imbattuto.
Lui che pur aveva l'anima del politico, non avrebbe mai tolto l'atletica dalle mani di chi la sà fare, tecnici e dirigenti.
Riportiamo l'articolo pubblicato da " La Repubblica" l' 8 novembre 1999.
IL GRANDE Dittatore se n'è andato di notte.
Ha voluto salire con le sue gambe sull'autoambulanza e non essere trasportato.
Negava l'idea di essere malato, odiava i medici, rifiutava qualsiasi operazione.
Lui che anche sotto l'aereo aveva limousine pronte ad accoglierlo si è avviato in piedi verso la fine.
Come al solito stava programmando il futuro: la sua agenda era piena di appuntamenti, di viaggi, di impegni. Aveva già invitato tutti a trascorrere il Capodanno da lui, nella villa al Gianicolo, alla vigilia della maratona del nuovo millennio.
Primo Nebiolo è stato per lo sport italiano e mondiale tante cose: un dirigente grande e rivoluzionario, un organizzatore intraprendente, un presidente moderno e megalomane, un affabulatore senza ritegno, un genio del male, un corruttore di ideali.
Con lui l'atletica aveva lasciato i campi di periferia per fare il suo ingresso trionfale nel grande mondo. "Da due misere stanzette a Londra a due palazzi a Montecarlo", semplificava.
Nebiolo è stato l'impresario che tramuta una ballerina di fila dal salario precario in una grande star dai cachet miliardari. Sua era stata l'idea di fare dell'atletica uno spettacolo moderno, senza tempi morti, pieno di grandi prestazioni, sempre imbottito di record. Un'atletica che suscitasse continua meraviglia, che non si ponesse nessun limite, che sfruttasse in pieno tutte le potenzialità dei suoi campioni.
Sua era stata la volontà di non far finire il record nelle brevi di sport, ma di martellare i giornali con informazioni sulla straordinarietà dell'evento in modo da strappare un grande titolo. Gli avversari lo accusavano di aver stravolto tutto un modo di fare sport, di aver introdotto i mercanti nel sacro tempio dell'atletica, di aver trasformato in circo una disciplina purissima.
L'inglese Gold fu anche più duro: "Si è macchiato di illeciti finanziari". Primo tagliava corto: "I signori anglosassoni ce l'hanno con me perché sono latino". E si vantava: "Senza di me Carl Lewis sarebbe ancora un povero nero".
E Lewis, una volta finita la carriera, avrebbe ringraziato con le parole: "Fermate Nebiolo, ha rovinato e distrutto l'atletica".
L'uomo era vanitoso, egocentrico, con delle piccole debolezze.
I curriculum vitae che faceva circolare erano degni di un faraone: si citava il suo impegno con i partigiani nella resistenza, le sue mille cariche nazionali e internazionali, le sue prestigiose onorificenze.
Andava pazzo per le lauree ad honorem, ne aveva racimolate ben 26, ma ogni volta che se ne vedeva negare una "per il fatto che l'abbiamo data solo ad Hegel e a qualche premio Nobel", si crucciava immensamente. Amava sovrani, principi e regnanti.
Ai mondiali di Siviglia, già malato e provato, si era raccomandato: "Mettete bene la mia fotografia con re Juan Carlos". Non faceva mai scrivere che era nato a Scurzolengo, provincia di Asti, ma nella più nobile Torino. Era instancabile, volava ovunque: da Castro a Mandela.
La moglie Giovanna doveva litigare per riuscire a mitigare i suoi impegni.
Riceveva gli ospiti in suite imperiali grandi come campi di calcio, complete di pianoforte a coda, che nessuno suonava.
Ad Atlanta nel '96 a livello del suolo era una bellissima giornata di sole, ma la suite di Nebiolo era così in alto e così circondata di nubi che sembrava di essere sull'Everest.
Ci teneva a fare sempre i discorsi d'inaugurazione nella lingua locale: in Giappone tutto lo stadio gli rise dietro perché con il suo accento strampalato aveva detto una parolaccia. Il suo inglese era spesso maccaronico, pieno di parole inesistenti.
A Mosca gli uscì "I'm tranquill and seren", a Goteborg lasciò tutti sbigottiti con "I'm not an indovin". Comunque si faceva capire, come a Siviglia quando all'ennesima domanda sul doping rispose sconsolato: "Signorina, sono stanco di parlare di pipì".
Come presidente e dirigente dell'atletica italiana e internazionale è stato un satrapo che ha ucciso qualsiasi concorrenza e ha impedito qualsiasi vero rinnovamento.
Il suo sistema, a volte piuttosto lascivo, non lo permetteva.
Ma l'atletica spettacolo l'ha inventata lui.
E così i mondiali ogni due anni, e così le grandi manifestazioni in tutto il mondo, e così i premi in denaro per i vincitori, e così l'allargamento della Iaaf a 230 paesi membri. "Più dell'Onu " si vantava. Per ingrandire l'atletica andavano bene tutti.
Nebiolo in questo era democratico: dalla minuscola isola oceanica dove correvano solo le tartarughe al paese di grande tradizione, il voto pesava nella stessa maniera.
La sua notte più bella era stata quella di Tokio nel '91 quando lui, ex saltatore mediocre, dopo una sfida strepitosa e il record nel lungo potè presentare all'imperatore Mike Powell e Carl Lewis con le parole: "Questo è il vincitore, ma quest'altro è il campione".
La sua notte più brutta a Seul nell'88 con la squalifica per doping di Ben Johnson quando andò a protestare violentemente davanti a Samaranch, presidente del Cio: "Questo non me lo dovevi fare".
Tra le sue malefatte sportive: un po' di record addomesticati, il salto allungato di Evangelisti ai mondiali di Roma, una certa leggerezza iniziale sul doping.
Politicamente era stato vicino ai socialdemocratici di Saragat, e aveva dovuto subire il veto di Andreotti alla sua scalata al Coni, ma per lui più di tutto contavano le radici e le affinità piemontesi.
Per Primo anche a 76 anni c'era solo il futuro in videoscope e sempre il kolossal luccicante.
A questo giornale che spesso lo ha molto combattuto rimproverava di essere "troppo critico e pessimista".
Ma a Luciano Barra che a Siviglia gli aveva presentato una relazione sulla necessità di cambiare il sistema di un'atletica ormai in agonia, causa meeting, aveva risposto: "Hai ragione, ma non ne ho più le forze".
Per il dopo duemila sognava l'atletica nelle grandi capitali e una gara a Gaza e a Pyongyang. Sapeva che il mondo ormai è un grande mercato, e lui aveva la merce.
In un certo senso Nebiolo ha saltato molto avanti e molto in lungo. E a noi restano i segni e i resti di un salto irrimediabile.
Amo le persone sbagliate, che non si accorgono di dare, ma non dimenticano di ricevere, sempre pronte a mettersi in discussione, con i piedi fuori dagli schemi e che sorridono del giudizio degli altri.