La parola ad Alessandro Nocera

noceraAlessandro Nocera (nella foto, a destra) vive e lavora a Torino.

E' l'allenatore di Fabio Cerutti, il forte sprinter azzurro coodetentore del record italiano dei 60 metri.

Segue anche la preparazione di numerosi atleti fra cui i piu' noti Aita e Manenti.

Fra gli altri atleti allenati nel recente passato ricordiamo la sprinter azzurra Daniela Graglia.

Di lui si può dire che è un' "autonomo" nel senso che sui suoi risultati e sulle convocazioni guadagnate dai suoi atleti non hanno pesato accordi e intese clientelari.

Buona lettura. 


D: La prestazione del velocista è legata a molti fattori e non tutti si possono ricondurre alla sfera biologica. Che ruolo assume l’allenatore sulla preparazione psicologica all’evento gara?

R: Vi sono delle specificità come per tutto il resto degli interventi. In alcuni casi l'atleta non necessita di alcun sostegno, entra e sa cosa fare, altri hanno l'esigenza di essere condotti al momento clou con forme di sostegno ad hoc, certo nella velocità vi è una componente di aggressività senza la quale consiglio vivamente di cambiare sport. Soprattutto quando si cresce se non la si è sviluppata diventa complicato, a volte da giovani vi è inconsapevolezza, poi i risultati non vengono più come quando si era spensierati. La velocità è stata colpevolmente eccessivamente razionalizzata, se viene meno l'aspetto istintuale non c'è sovrastruttura che tenga, in questa vicenda una responsabilità ce l’hanno i tecnici che pretendono di determinare tutto.

D: Ricordo le prime apparizioni di Fabio in pista, un’atleta tenace che ha saputo muoversi bene fino a raggiungere l’eccellenza nazionale. Cosa - secondo te - bisogna fare e cosa bisogna cercare di evitare?

R: Io a volte vedo, soprattutto nelle specialità più tecniche, allenatori che per insicurezza propria, per smania di protagonismo, inondano quei malcapitati ragazzi di un profluvio di informazioni, di presunte correzioni, mal esprimono decine di concetti concentrati in pochi minuti generando confusione negli atleti e una certa ilarità in me, ecco quello è da evitare, l'atleta ben preparato, non necessità dell'indicazione dell'ultimo minuto. Per il resto è nell'allenamento che è opportuno sottolineare quegli aspetti simulativi della competizione che consentono di andare in gara conoscendo a memoria lo spartito.

D: Quanto tempo occorre per avere una conoscenza completa dell’atleta e poter quindi indirizzare i suoi comportamenti?

R: Vari anni a mio avviso. Bisogna osservare ed appuntare, io non credo vi sia la necessità di indirizzare alcunché, la questione più complicata, una volta espletate al meglio quelle della costruzione della performance, sono appunto quelle che hanno a che fare con ciò che si origina sotto lo stimolo nervoso della gara, io ritengo che lo spazio per intervenire positivamente sia limitato, abbiamo nella nostra atletica, nello sport della velocità casi eclatanti di atleti che impegnati in competizioni importanti davano spesso il loro peggio, loro stessi andavano con la consapevolezza che sarebbe andata male, la controprestazione non era nemmeno quotata dalla SNAI, lì bisogna prendere atto.

D: Secondo te un tecnico si qualifica maggiormente allenando molti atleti o lo stesso atleta per molti anni?

R: Chi allena un solo atleta faccio fatica a reputarlo un allenatore, immaginiamo chi non alleni per nulla, pensiamo a chi magari occupandosi di altri sport, una tantum, con ruoli di responsabilità si occupi di atletica, siamo al paradosso. Una varietà di atleti consente osservazioni più ampie, vi è una specificità che non si coglie se non avendo differenti espressioni tecniche e direi anche umane, l'allenatore è un mezzo artigiano, conosce la materia, la plasma, spesso sbaglia. Vi è anche una differenza sostanziale di espressione tecnica fra uomini e donne, mi pare siano due sport molto diversi, interessanti entrambi, ma vi è una visione parziale se ci si occupa solamente di un aspetto, a volte però mi rendo conto che non si possa scegliere, bisogna allenare e si prende ciò che capita. L'allenamento del singolo ti costringe a effettuare uno sforzo considerevole per evitare adattamenti troppo rigidi e ripetuti, ma il numero mi ha offerto, personalmente, una varietà e vastità di comportamenti motori davvero utile, ci sono otto corsie nella finale dei 100 metri all'olimpiade, otto modi differenti di muoversi, ma tutti di qualità eccelsa, lo sguardo su più soggetti apre forme di riflessione nuove.

D: Quando e se nella carriera di un’atleta si smette di predisporre e si incomincia un lavoro di speculazione sempre più mirato al fine di conseguire una prestazione di livello internazionale?

R: Questo è molto complicato. Non credo via sia una cesura fra una fase costruttiva ed una di finalizzazione vera e propria, certo se si ha la possibilità di un percorso lungo che offra dei risultati importanti è del tutto ovvio che con il tempo alcuni aspetti si tralasciano, vi è anche un mutamento di orizzonte nel pensiero, nella strategia complessiva dell'allenatore, la modificazione nasce da come evolve l'atleta e da come l'evoluzione dell'atleta determini ragionamenti differenti nell'idea che il tecnico si è fatto circa la complessità della preparazione dello stesso. Sono equilibri che disequilibrano se stessi e ritrovano un equilibrio più avanti, ahimè a volte più indietro.

D: Secondo te in Italia ci sono i supporti e i presupposti istituzionali che permettono di svolgere questa attività in termini adeguati alla concorrenza che si trova in ambito internazionale?

R: Il supporto della federazione non esiste e se esiste si configura come contributi di una immane modestia, quello che è stato fatto è stato realizzato in maniera autonoma, volontarista, per una follia che ha attraversato il senno di qualche individuo sparso qua e là, non ne vale la pena se ci riferiamo al puro do ut des, certo poi vi è tutto un universo di conoscenza, amicizia, relazione che ogni giorno spinge ad azioni apparentemente senza ragione. Poi davvero oggi non si capiscono bene le logiche di alcune scelte afferenti ai settori tecnici della federazione, si capisce solo che il parametro del merito non è preso in considerazione, ma non ritengo nemmeno la conoscenza, forse premia la mancanza di autorevolezza, l'essere proni, il non avere qualcosa da poter dire o insegnare, la mediocrità eretta a sistema. Credo che all'estero vi siano situazioni di sostegno più concreto, economico, come impiantistica, ma si sa che in Italia tutto diventa complicato, spesso particolaristaico e per questo con una dose di ingiustizia.

D: Quando hai appreso l’esclusione di Fabio Cerutti dalla staffetta europea?

R: Non ho avuto ancora comunicazione ufficiale dell'esclusione di Cerutti dalla staffetta 2010, ho intuito non fosse gradito dopo le convocazioni a vari collegiali, vedevo che il ragazzo non c'era e cominciavo a dubitare. Ho smesso di dubitare quando ho visto i quattro ragazzi esultare sulla pista dello stadio olimpico di Barcelona, questo è quello che ho visto, ma nessuno mi ha notificato l'esclusione, o almeno nessuno di coloro i quali l'hanno pensata.

D: Parliamo di Scuola della velocità. Intendendo con essa l’assidua documentazione delle esperienze del settore, la ricerca scientifica, le attività collegiali con tecnici ed atleti, la curiosa e non preclusiva attività di indagine sulle attività delle altre nazioni, credi che in Italia si possa ancora parlare di Scuola oppure tutto è lasciato all’iniziativa personale di qualche tecnico volenteroso?

R: E’ tutto affidato all’ iniziativa personale. La Scuola ha dato una sistematicità a preesistenti iniziative individuali, ora anche quell'esperienza è superata. Ora siamo in una fase di transizione, in cui non si vede alcunché, speriamo si possa tornare ad aggregare esperienze per il vantaggio di tutti, prediligerei in tal senso un'aggregazione orizzontale e non verticale.

D: Sul versante formazione, cosa pensi che si possa ancora fare a livello federale e quali credi possano essere le categorie di tecnici più a rischio ?

R: Molte cose. Bisogna confrontarsi con l'estero e con altre esperienze. Il tecnico a rischio è quello che sta in periferia, che non ha legami, che fa danni per vari anni, se va bene smette, se va male persevera fino alla pensione.

D: Molti velocisti azzurri hanno realizzato nella loro recente carriera dei riscontri cronometrici importanti, ma a livello internazionale a parte le formidabili medaglie agli euro indoor di Torino, non hanno ancora raccolto – individualmente - quello che potevano. Come te lo spieghi?

R: A livello internazionale abbiamo avuto un Mennea, poco altro, la concorrenza è forte. Come punte siamo alla pari, forse leggermente in vantaggio agli altri Paesi a base bianca, ci manca forse ancora qualcosa, ma considerando lo stato miserrimo della nostra attività, tendo più a stupirmi dei risultati positivi che a interrogarmi sulle mediocrità

D: Ci puoi schematicamente indicare a grandi linee la concettualità che è alla base della tua filosofia di training?

R: Per fare un sunto davvero stringato devo dire che con il tempo ho sempre maggiormente diffidato degli artifici, dei presupposti, delle esercitazioni generaliste. Io credo che il fine debba essere se non uguale estremamente correlato ai mezzi, questo sostiene l'impianto di quello che cerco di fare, tutta le serie immane di interventi che negli anni abbiamo applicato pedestremente, oggi, mi lascia interdetto, lo skip dello sprinter, è il manifesto di quello che abbiamo fatto fare per anni, ma perché? Alcuni se lo sono chiesto , la maggior parte no, di questi tecnici abbiamo bisogno? Meglio avere una pista con un tecnico scarso o una pista senza tecnico? Forse è uguale. In generale non bisogna essere ideologici, bisogna cercare la propria strada, oggi vi sono immense possibilità per acquisire dati, il percorso nella conoscenza lo fa il pensiero

D: Dopo un lungo periodo di oscurantismo, lo sprinterismo italiano sembra aver ritrovato nuova verve. Cosa credi possa aiutare questa nuova generazione di velocisti a trarre il meglio da loro stessi?

R: Cambiare allenatore.

Grazie per il tempo che ci ha dedicato Alessandro

Grazie a Voi

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