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avviamento precoce all'attività agonistica

 

 

Prendendo in considerazione i tempi e i modi dell'avviamento all'attività sportiva, possiamo porre alcune semplici, ma significative domande:

 

1.  I bambini devono cominciare presto a fare sport?

2.  È necessario specializzarli sin dall’inizio?

3.  Si possono somministrare ai bambini carichi di lavoro elevati ?

4.  L’attività fisica fa sempre bene?

5.  L’attività sportiva fa sempre bene?

Alcuni dati ci pervengono da un'indagine effettuata dalla federazione Italiana Nuoto su un campione di atleti agonistici: nel 1997 erano cosi' suddivisi: dagli 8 ai 13 anni l'85% superiori ai 13 anni il 15%. L'indagine rilevò che fra i finalisti ai campionati italiani assoluti solo il 3% erano già stati vincitori ai campionati giovanili e solo l'8% andato a podio.

 

Si desume che il 92%  di quelli che hanno vinto nelle categorie giovanili non ha conseguito risultati nei campionati assoluti  (o abbandona) e di conseguenza, quasi sempre chi - nel nuoto - raggiunge risultati nella fase di maturità atletica non era  un “vincente” da piccolo.

analoghe considerazioni si possono tarrre da quello che accade nella nostra disciplina.

 

Raramente i grandi talenti giovanili hanno trovato pari spazio e prestigio nelle categorie assolute. Quanti, per sesempio, dei finalisti ai recenti campionati italiani, da piccoli erano considerati dei fenomeni?; quale puo' essere la spiegazione di questa forbice?

 

E' possibile ipotizzare che l'abbandono precoce (che spesso si identifica col "blocco" prestativo) incida notevolmente su questo fenomeno. Le cause di abbandono precoce possono essere sintetizzate in:

 

MODIFICAZIONI MORFOLOGICHE SFAVOREVOLI (precocità maturativa utile oggi ma dannosa domani; trasformazioni adolescenziali, parametri antropometrici sfavorevoli); in realtà, anche i precoci dovrebbero emergere se non fosse trascurata la formazione coordinativa, che non è recuperabile.

 

SPECIALIZZAZIONE PRECOCE (problemi di tecnica per eccessiva stabilizzazione, lavoro eccessivo e/o stereotipato; problemi psicologici del “successo precoce”; stress da allenamento e/o gara)

 

  • ECCESSO DI CARICO DI LAVORO richieste inadeguate a capacità e disponibilità.
  • COMPETIZIONI INADEGUATE eccesso di selettività criteri e modelli di scelta troppo simili a quelli degli adulti
  • ECCESSO DELL’ IMPORTANZA ATTRIBUITA ALLA QUANTITÁ RISPETTO ALLA  QUALITÁ (“troppo = male”)
  • ASPETTI PSICOLOGICI (mancanza di successo; mancanza di gioco e divertimento; lavoro e sacrificio” invece di “sfida e piacere”; pressioni ed aspettative eccessive da famiglia e tecnici; frustrazioni dfovute per esempio a cambi di categorie agonistiche)
  • CAUSE ESTERNE (occasionali come un cambio residenza; problemi scolastici..… allora non fai sport!!; problemi di salute; problemi logistici; tentazioni ambientali ed affettive)


RIMEDI ALL’ABBANDONO PRECOCE

 

  • CULTURA DELLO SPORT DEI BAMBINI (non sono degli adulti-atleti piccoli!)
  • MULTILATERALITÀ DELL’ALLENAMENTO
  • RITARDO NELLA SPECIALIZZAZIONE
  • IMPOSTAZIONE DELL’ALLENAMENTO SU BASE PLURIENNALE
  • IN PRATICA
  • FORMAZIONE DI BASE MULTILATERALE (gamma più ampia possibile di esperienze motorie)
  • PROGRESSIVITÀ DEI CARICHI
  • RECUPERI AMPI
  • CAUTELA NEI CARICHI DI FORZA RAPIDA
  • AMPIA GAMMA DI ESERCIZI DI COORDINAZIONE A DIFFICOLTÀ CRESCENTE
  • IMPOSTAZIONE LUDICA CON FREQUENTI RINFORZI POSITIVI

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proposta di un campionato di società

Esporro' di seguito il mio pensiero sul tipo di attività di competizione da organizzare per i giovani affinché si creino la esigenze, i bisogni, o ancor meglio, le necessità indispensabili per sollecitare gli allenatori-educatori ad organizzare la conseguente complessa ed articolata azione educativa dell'allenamento tendente a scoprire, il più possibile verosimilmente , le diverse qualità, capacità, individualità ed attitudini comportamentali dei giovani. Ma un così gran numero di ambiti de scrutare tramite l'allenamento fisico, necessita, obbligatoriamente, dell' impiego di una grande ricchezza di esercizi fisici, mezzi , metodi, e strategie educative che, mobilitando l'intero organismo, assicurino la continuità dello sviluppo delle prestazioni e dell'evoluzione del giovane.

Obiettivi questi più facilmente raggiungibili se si crea l'esigenza, la necessità, come già esposto sopra, che il giovane si cimenti in più specialità anche se affini ed attinenti tra loro. Soltanto cosi l'allenatore-educatore conformerà la sua azione educative ed il suo piano di attività con une dovizia di interventi metodologici per conciliare i suddetti bisogni e necessità. Non c’è, del resto, altra via per mobilitare " l'intelligenza motoria ",  la disponibilità caratteriale e temperamentale, le motivazioni e gli interessi del giovane ad impegni non tediosi ma stimolanti ed eccitanti la sua partecipazione attiva, consapevole e dinamica.

La sola strategia questa ormai consolidata da una pedagogia educativa moderna ed efficace che non si può misconoscere ed ignorare, giacché assolve la doppia incombenza: approntare il presente e provvedere al futuro di grandi ed importanti comportamenti prestativi.

Sono questi i compiti che l'attività atletica giovanile non stà  svolgendo, rivolti, al contrario, sempre alla maniacale e  pedissequa ripetizione di stimoli proiettati ad una eccessiva specificità. L'idea, quindi, prevede l'organizzazione di una serie di specialità e cui il giovane deve competere (almeno 3/4) con caratteristiche affini e tra loro attinenti, nelle quali il giovane deve gareggiare, almeno 3/4 volte l'anno ciascuna.

Alla fine dell'anno viene, poi, stilata, in base alle relative tabelle di punteggio, una classifica individuale e di Club (sommando i punteggi ottenuti dagli atleti) a carattere regionale e perché no nazionale. Un esempio potrà meglio chiarire la proposta; per un atleta quattordicenne che si pensa corridore, ma proiettato verso le specialità di sprint la composizione delle prove dovrebbe essere: 80m/300m/600m o l00m/300hs o 100 hs.

I 600 metri dovrebbero essere reinseriti nel programma competitivo dei cadetti come ho avuto modo, inutilmente, più volte di consigliare. Giacché l'esperienza insegna quanto questa distanza, ma soprattutto gli allenamenti per prepararlo, siano indispensabili per la costruzione di un buon 400ista. Cosa che non si può dire per i 300m. Infatti i più forti giovani che hanno eccelso su questa breve distanza come Angioni, Masia e Mennea, non hanno brillato ed i primi due, nemmeno mai corso i 400 metri.

Per  un  atleta  quattordicenne che si pensa possa diventare  corridore di resistenza, le specialità in cui cimentarsi potrebbero essere 300/600/1000  o 2000/300hs. Quest’ ultima specialità sarebbe essenziale, con l’ambidestrismo, per un futuro siepista.

passando nella categoria superiore degli allievi (I6/I7enni) é certa­mente possibile,dopo due anni di esperienze, che l'allenatore abbia le conoscenze e le indicazioni necessarie per procedere ad una scelta di quelle specialità che si addicono più coerentemente alle attitudini fisiche e tecniche dei suoi atleti, per cui, di questi dimostrerà spiccate capacità di sprinter e di resistenza veloce, si allenerà e gareggerà nelle seguenti specialità: 100/200/400 m.

Altri, che alle suddette doti, aggiungessero anche quella di un buon ambidestrismo negli ostacoli, si cimenteranno nei 200/400/400 hs. Se, invece, fra coloro che sono veloci ce ne fosse qualcuno che dimostrerà una buona tecnica di passaggio delle barriere alte, ma anche la predilezione per l'utilizzo della stessa gamba per l'attacco all'ostacolo, allora le tre specialità diventerebbero: 100/200/110hs.

Tutte da ripetere, nel corso dell'anno, almeno 3/4 volte. Ovviamente, passando alla categoria successiva degli juniores (18/19enni) si acuisce ed affina la specialità del lavoro, si riduce a due il numero delle specialità da praticare obbligatoriamente e si dividono gli sprinter puri dagli spriter 400isti, mentre gli ostacolisti rimarranno nella scelte già operata.

Per gli sprinter: 100/200, per i 400isti 200/400, per gli specialisti degli ostacoli bassi:400/400hs per quelli dogli ostacoli alti: 100/110 hs., oppure 200/110hs. Per tutti questi specialisti, giacché le specialità sono due soltanto, il numero di competizioni da totalizzare nell'anno per ciascuna specialità sale a 5/6.

Un discorso a parte vorrei farlo per gli 800isti, che sgancerei, in queste fasi della crescita del giovane, dal cammino metodologico che purtroppo spesso è sbilanciato verso 1' aerobia, sottovalutando l'apporto della velocità e della resistenza veloce alla specialità. Consiglierei, per questo, le seguenti competizioni e conseguenti strategie di training: per la categoria allievi:200/400/800; per quella juniores:400/800,naturalmente ripetendole lo stesso numero volte previsto per gli altri specialisti su menzionati.

Conclusioni

Mi auguro che questa, che vuole essere una proposta, non venga rapidamente scartata, ma mobiliti l' attenzione e la riflessione necessarie per eventuali contributi di perfezionamento.

Prof. carlo vittori

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la capacità di adattamento dell'organismo

L'organismo umano è capace di adattarsi meglio di qualsiasi altro animale alle mutevoli condizioni ambientali. Questa capacità di adattamento deriva da un particolare equilibrio generale il quale coinvolge fenomeni neuro-endocrini molto complessi. Hans Selye ha definito un simile comportamento organico “Sindrome Generale di Adattamento”, chiarendo che se veniamo sottoposti all'azione del freddo, del caldo, del rumore, della emotività, della fatica, ecc., il nostro organismo oltre a dare risposte specifiche relativamente ai settori sollecitati, risponderà sempre con un adattamento aspecifico tendente a riportarlo in equilibrio con l'ambiente.

Questa capacità dell’organismo di rispondere con un incremento delle proprie disponibilità energetiche e funzionali alle sollecitazioni stressanti rappresenta anche il “fondamento dell’allenamento sportivo” “il cui significato complesso è difficilmente riassumibile in sintesi che ne colgano tutti gli aspetti che sono di ordine pedagogico, psicologico, didattico, bioenergetico, tecnico nonché filosofico. (Vittori)”

Alla base degli interventi che determinano la struttura dell’allenamento in età giovanile vanno definite

• le differenti esigenze legate alle classi d'età nei singoli sport e specialità;

• il rapporto tra preparazione generale e preparazione specifica;

• il rapporto tra i livelli di intensità del carico;

• le prospettive della preparazione tecnica e tattica;

• il volume globale del carico, in generale, ed i tassi del suo incremento nelle varie fasce d'età.

• la strutturazione di procedure efficaci di preparazione che garantiscano a lungo termine il continuo incremento della prestazione.

Ci si deve chiedere, innanzitutto, come un soggetto è attivo, come agisce in modo “specializzato”, quali meccanismi e leggi, sono alla base di questo suo modo di agire. Ogni attività dell'uomo ha un carattere globale, per cui ogni volta che ci si discosta da questa integrazione tra sensomotorio e psicomotorio per sviluppare un aspetto parziale (condizionamento), si produce una deviazione che contiene il rischio di essere inefficace, inutile o persino dannosa.

Nell'allenamento di alto livello è relativamente facile evitare ciò usando carichi intensivi prevalentemente individuali e specifici, che tengano conto delle caratteristiche del modello dell'attività di gara (Bondarcuk 1978).

Quindi, nella preparazione dei giovani atleti, ci dobbiamo chiedere qual è l’influenza della singola azione sulla sua globalità.

Un dato è certo: ciò che definisce il raggiungimento di una determinata prestazione è il tempo dedicato alla pratica reale dell'attività specifica (azione), e non a qualsiasi altra azione. Per cui anche nella teoria dell'allenamento giovanile compare il carico specifico (preparazione specifica) oltre al carico generale (preparazione generale).

La preparazione speciale, nella teoria dell'allenamento giovanile significa anche e soprattutto azione specifica di gara, intesa come partecipazione frequente alle gare fin dall’ adolescenza, anche se queste saranno organizzativamente più semplici ed avranno un grado diverso di importanza.

Se il risultato dell'azione specifica (la prestazione di gara) manca per un periodo lungo di tempo, possono essere alterati i meccanismi che coordinano ed integrano il sistema funzionale (il sistema motorio dell'atleta). Queste alterazioni conseguenti alla mancanza di risultato possono essere prodotte da:

• un eccesso nell'utilizzazione della preparazione generale;

• da un ingiustificato predominio, nel carico, di una direzione funzionale, ad esempio, la resistenza aerobica, per un periodo troppo prolungato;

• dalla separazione tra formazione condizionale e tecnica;

• da un carico totale eccessivo o troppo scarso di tutte le funzioni interessate;

• dalla combinazione di tutti questi fattori

Complessivamente le alterazioni che così si producono vanno considerate una perdita dell'abilità motoria. D'altro canto la preparazione generale come fattore di modulazione del sistema funzionale difende il giovane atleta dalle conseguenze spesso nefaste che derivano da una errata utilizzazione delle azioni e dei metodi ispirati alle leggi dell'allenamento di alto livello.

Ancora un altro aspetto evidenzia che lo schema della periodizzazione tradizionale non vale per l’allenamento giovanile (Tschiene 1985). Infatti la struttura periodica dei carichi di allenamento urta, per principio, contro l'esigenza costante della riproduzione del risultato specifico dell'azione (cioè della prestazione specifica di gara) come fattore di formazione del sistema. In lunghi periodi di transizione e di preparazione è scarsa se non manca quasi completamente la percentuale necessaria di carichi e di prestazioni specifiche.

Al fine di rendere più efficace il processo di allenamento e non nuocere alla salute dell’atleta, è indispensabile tenere conto delle particolarità dell’organismo, dei principi che regolano la sua attività vitale e delle regole essenziali di organizzazione del processo di preparazione.

L’organismo umano, per quanto ci riguarda, è da considerare come un sistema complesso e dinamico composto da un insieme di sottosistemi funzionalmente collegati l’uno agli altri per creare un’entità unica capace di reagire a stimoli esterni quali quelli prodotti dall’allenamento.

Tutti i sistemi biologici sono regolati dalle leggi della probabilità per cui non è sempre possibile stabilire con sufficiente precisione lo stato dell’organismo in un dato momento né la reazione provocata dal carico di allenamento somministrato, infatti, persino dei carichi perfettamente identici possono determinare una reazione diversa a seconda della condizione dell’atleta al momento della loro applicazione.

E’ quindi fondamentale conoscere e distinguere (controllo pedagogico) come i vari sottosistemi (fondamentali, muscoli, cardiovascolare, respiratorio ecc.) reagiscono alle sollecitazioni esterne nella prospettiva di svilupparne livelli corrispondenti di capacità funzionali.

Il passaggio dell’organismo da una condizione all’altra avviene attraverso processi di autoregolazione sia interna (muscolare, organica, coordinativa) che esterna (analisi e risultato dell’azione). L’allenatore non dirige direttamente le funzioni dello organismo, ma indirizza il comportamento dell’atleta definendo gli aspetti della sua attività con l’obiettivo di indurre l’organismo a sviluppare gli adattamenti necessari per alterarla conformemente al carattere ed alla intensità degli stimoli ricevuti.

Condizione necessaria a che ciò avvenga è che gli stimoli stessi non superino, per intensità e durata, le capacità fisiologiche dei sistemi regolatori dell’organismo.

Le variazioni da adattamento che si manifestano a seguito dell’azione di stimoli regolari vengono dette di tipo cumulativo e sono, generalmente, accompagnate da variazioni specifiche sia morfologiche che funzionali a livello delle cellule e dei vari sistemi dell’organismo, hanno carattere di stabilità e vengono conservate per un periodo relativamente lungo dopo l’interruzione dell’allenamento.

Il successo di un programma di allenamento dipende non solo dall’applicazione di un metodo corretto (alternanza volume, intensità delle esercitazioni) e dall’organizzazione di ciascun programma (perfezionamento della tecnica, sviluppo della forza), ma soprattutto dalla corretta combinazione e miscela di questi programmi e mezzi. L’efficacia della variazione da adattamento dipende dall’intensità e dalla complessità dello stimolo. Esso va modulato in forme sempre nuove in riferimento alle variabili quantità, intensità, tempo di esecuzione e di recupero.

Non bisogna mai perdere di vista il fatto che i vari sistemi si adattano con tempi diversi, senza alcuna sincronizzazione per cui un incremento costante del carico di lavoro può comportare un sovraffaticamento di alcuni di loro, è quindi necessario alternare periodi di scarico a quelli di carico onde permettere l’avvio del processo di recupero (supercompensazione).

La parte che segue è pressoché integralmente ripresa da vari articoli del Tittel, di Bosco e Narici.

L'ipotesi che la capacità di adattamento del nostro organismo sia allenabile già nell'età infantile, e che gli effetti positivi sulla capacità di prestazione che ciò produce siano estremamente importanti è ormai cosa nota e confermata da numerose pubblicazioni.

Questo sta a significare che tanto più saranno mirati e temporalmente corretti gli interventi del training, tanto maggiori saranno gli effetti ottenuti potendo usufruire, oltretutto, dei grandi fermenti ormonali conseguenti il periodo dello sviluppo.

I dati riferibili a questa problematica riguardano soprattutto lo sviluppo corporeo del soggetto in crescita, la formazione della sua motricità, il sistema cardio-polmonare ed il suo metabolismo.

Non è sempre facile determinare esattamente il vero e proprio effetto d'adattamento indotto dall'allenamento dell'apparato motorio nei soggetti in via di accrescimento visto che gli effetti dell'allenamento si sommano, non di rado sovrapponendosi, alle influenze, di natura neuro-ormonale e metabolica sulla crescita la maturazione e la differenziazione.

Tenendo quindi conto dei fenomeni di accrescimento e di maturazione, andiamo a vedere come è possibile definire i processi di adattamento della muscolatura scheletrica compresa la sua forza che in questa età hanno un andamento cronologico, qualitativamente e quantitativamente diverso da soggetto a soggetto. Giovani atleti della stessa età cronologica, soprattutto nel periodo compreso tra 13 e 14 anni, mostrano una grande differenziazione nella loro età di sviluppo biologico con un range di variabilità che può anche essere di 3-4 anni. Bisogna, quindi, cercare di capire come si possa conciliare un allenamento sportivo specifico diretto all'adattamento del muscolo scheletrico con il processo di sviluppo individuale, e di che cosa si debba tenere conto per una costruzione indisturbata della prestazione mantenendo uno stato di salute il più possibile stabile in considerazione anche del fatto che proprio in questa fase l'apparato di sostegno e di appoggio può diventare un fattore limitante della prestazione (Duda 1988; Herm e al. 1981; Lathan e al. 1979).

Se si vuole, in questa fase di sviluppo sensibile (pubertà), evitare quanto più possibile sia sollecitazioni che carichi errati occorre analizzare nei dettagli i presupposti chiaramente diversi dei soggetti a sviluppo normale, di quelli biologicamente accelerati e di quelli biologicamente ritardati. Fondamentalmente nella crescita del muscolo scheletrico, occorre distinguere una crescita in lunghezza ed una crescita in diametro.

La crescita in lunghezza è strettamente connessa alle variazioni di lunghezza dello scheletro con conseguente aumento del numero dei sarcomeri. La crescita del diametro del muscolo scheletrico é conseguente alla formazione di nuovi filamenti di actina e miosina nella miofibrilla. Questi processi rappresentano le basi per lo sviluppo della forza muscolare, la cui entità viene essenzialmente determinata dall'attivazione nervosa del muscolo. (A tal proposito è bene ricordare che recenti ricerche (Narici et al. 1989) sul rapporto tra sezione muscolare, attività elettromiografica, e la massima contrazione isometrica dopo un allenamento della forza di 60 giorni, in soggetti adulti, hanno rilevato un aumento della sezione muscolare soltanto di circa 1'8,5%, ma un aumento del 42,4% della attività elettromiografica e del 20% della massima contrazione muscolare).

Oltre ai fattori citati, sulla crescita ultrastrutturale muscolare esercitano una importante azione gli ormoni (tirossina, l'ormone somatotropo, ed il testosterone) che promuovono la differenziazione dei tessuti. Tali omoni vengono secreti, sotto il controllo dei nuclei ipotalamici, dagli organi endocrini periferici. (tiroide, gonadi, surrene).

Questi ormoni iniziano o aumentano la loro attività, reagendo sensibilmente alle sollecitazioni fisiche quando si entra nella pubertà. E' noto, infatti, che si possono ottenere notevoli miglioramenti nello sviluppo della forza muscolare solo dopo l'aumento della produzione e della liberazione di testosterone (Komi, Hakkinen 1988; Prader 1975).

Perciò il periodo precedente ad un allenamento speciale della forza dovrebbe essere utilizzato soprattutto per la formazione della motricità e del controllo dei movimenti. (problema della conoscenza corporea).

È possibile avanzare previsioni sullo sviluppo della forza muscolare considerando che va assegnata una posizione di primo piano soprattutto alla dominanza delle fibre veloci (FT) ed alla loro adattabilità funzionale e strutturale ad un allenamento della forza specifico pianificato a lungo termine. Per fare ciò è necessario conoscere alcuni parametri derivanti da vari tipi di analisi:

1) suddivisione dei vari tipi di fibre muscolari nel muscolo scheletrico

Essa pur essendo simile a quella degli adulti per quanto riguarda gli aspetti metabolici e strutturali, mostra particolarità nell'andamento cronologico delle percentuali dei vari tipi di fibre. Infatti all'inizio si osserva una elevata percentuale di fibre a contrazione rapida (FT) che si riduce fino a tre anni d'età per il contemporaneo aumento delle fibre a contrazione lenta (ST), per aumentare di nuovo, ed essere infine soggetta a diminuire tra il 45° ed il 75° anno d'età (Baldwin 1984). Tale effetto sembra dovuto all'assunzione della stazione eretta e della deambulazione che comportano un aumento del lavoro posturale a carattere statico direttamente collegato a una crescita significativa delle STF. Un allenamento appropriato basato sulla frequenza dei movimenti e sulle resistenze contro le quali deve lavorare la muscolatura stimola una ritrasformazione di STF in FTF. Altro parametro di cui tener conto è la:

2) percentuale di FTF

Essa costituisce un presupposto per lo sviluppo della forza muscolare. Un lungo periodo di allenamento intensivo con sovraccarichi stimola il controllo nervoso e la sintesi delle proteine miofibrillari, producendo una notevole ipertrofia soprattutto delle fibre FT e quindi un aumento misurabile della forza muscolare.

3) Vascolarizzazione :

È a tutti noto che la densità capillare (cioè il numero dei capillari per mm2 di tessuto muscolare) e la capillarizzazione (cioè il numero dei capillari in rapporto al numero delle fibre muscolari) nelle fibre tetaniche FT è significativamente meno sviluppata che nelle fibre ST in quanto la microcircolazione è in stretto rapporto con il tipo di fibra muscolare da servire (Ogawa 1977). Un altro aspetto molto importante da valutare nel quadro delle ricerche morfologico-funzionali è la diagnosi precoce degli squilibri muscolari tra agonisti ed antagonisti (con i loro effetti negativi sul tessuto connettivo e di sostegno).

Le ricerche di Janda (1967) hanno messo in rilievo che i muscoli che svolgono prevalentemente una funzione statica tendono a diminuire la loro lunghezza, mentre i muscoli che svolgono soprattutto lavoro dinamico tendono ad un indebolimento della loro forza. Simili squilibri muscolari, osservabili già in età giovanile precoce interessano, chiaramente, più i soggetti biologicamente accelerati che quelli ritardati.

Per spiegare e meglio comprendere gli effetti degli squilibri muscolari possiamo servirci dell’esempio della protezione muscolare e legamentosa della zona di transizione lombo-sacrale, che è uno dei presupposti fondamentali per la trasmissione della forza e del carico sulle estremità inferiori. I muscoli iliopsoas, retto femorale, e gli estensori della colonna vertebrale, ipertonici e tendenti all'accorciamento - se contemporaneamente vi è un indebolimento dei loro antagonisti (gluteo massimo e muscolatura dell'addome) – provocano una anteroversione del bacino producendo così una iperlordosi della colonna lombare sfavorevole dal punto di vista biomeccanico, che svolge una azione negativa sui dischi e le articolazioni intervertebrali.

E' quindi fondamentale, oltre all'apprendimento di una tecnica corretta, di carico sulla colonna vertebrale, dedicare un'attenzione particolare al rafforzamento dei muscoli estensori delle estremità inferiori e della muscolatura addominale. Una muscolatura addominale potente contraendosi aumenta notevolmente la pressione intraddominale, producendo una azione di scarico della pressione sui dischi intervertebrali del tratto lombare della colonna e della zona di transizione lombosacrale Un ulteriore scarico viene prodotto dall'uso di una cintura di cuoio che non soltanto impedisce una protusione dell'addome, ma è di ausilio alla muscolatura addominale.

L'uso della cinta permette alla pressione intraddominale di aumentare più rapidamente, raggiungendo generalmente valori più elevati (Bartelink 1957; Hama et al. 1989; Troup et al. 1973).

Prof. Roberto Bonomi

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il rapporto allenatore atleta

Le interrelazioni tra allenatore-educatore ed allievo che un tempo partivano dall'assunto che fosse quest'ultimo il centro dell'azione educativa e dell'interesse dell'educatore, come soggetto da considerare l’ unico e vero attore, come era giusto che fosse, sono andate via via deteriorandosi fino a trasformare l'educando-allievo in oggetto che permettesse all'allenatore di utilizzarlo come testimone delle sue capacità professionali, speculando sui miglioramenti ottenuti.

Ha avuto sempre più risalto la figura dell'allenatore e diventata più periferica all'azione educativa, quella dell’ allievo, usato per favorire l'affer­mazione del suo educatore e delle sue strategie metodologiche. Naturalmente tutta l’azione educativa ha subito stravolgimenti negli indirizzi ideologici e nella qualità, dei contenuti. Questo e accaduto in maniera sempre più evidente a causa, secondo il mio modesto parere, di due motivi:

la marcata pubblicizzazione dell'evento sportivo,di cui anche l'al­lenatore voleva godere;

la errata convinzione che l’eclatante pubblicità conseguente alla realizzazione di manifestazioni importanti come Campionati Europei e Mondiali delle categorie giovanile (16/17 anni e 18/19) potesse favorire l'interesse e rendere più vasto il  reclutamento.

Errore più grave non poteva  essere  commesso, poiché  e dimostrato ampiamente  dai  fatti, come  dal  1970   (anno mi pare della  inaugurazione dei Campionati Europei Juniores, proprio a Parigi ad oggi, soltanto uno  sparuto  e  misero  gruppo  ai  atleti  Juniores  medagliati è entrato negli  anni  successivi nella schiera  degli  atleti   di  elite nelle  successive  Olimpiadi  o   Campionati   Europei  assoluti.

Io non mi sento di specificarne i motivi veri, ma è certo che un simile effetto avrebbe dovuto essere più che sufficiente a sottolineare l'incongruenza di una simile scelta e stimolare la curiosità per motivare una attenta e profonda indagine, allo scopo di correggere, eventualmente il tiro, trovando altre e più proficue soluzioni. Niente di tutto questo si è nemmeno pensato, al contrario, si è proseguito caparbiamente ed acriticamente, spingendo coloro che del fenomeno si occupavano in termini operativamente pragmatici, a cambiare contenuti e strategie degli interventi e dell'azione educativa. Gli allenatori si sono lasciati purtroppo convincere, pian piano, che allenare un giovane talento potesse essere come allenare un campione giovane.

La distorsione rimaneva tutta nei termini e nella sostanza, giacché il giovane talento avrebbe dovuto diventare un campione, ma da adulto. Questo, molto spesso, direi anche troppo spesso Ha spinto i tecnici ad accontentarsi di ridurre in sedicesimo le strategie metodologiche del training ed i carichi di lavoro per adattarli al giovane talento. Niente di più grossolano e pericoloso si poteva mai ipotizzare.

Non è infatti logico rispondere alla domanda: è più difficile allenare un giovane talento o un campione adulto, poiché è mal posta, in quanto le due sono cose diverse. Ciò che il giovane deve fare, l'atleta adulto l'ha già fatto ciò vuol dire che quanto l'atleta adulto sta facendo il giovane talento lo farà solo nel futuro. Naturalmente tutta l'azione educativa è stata stravolta negli indirizzi ideologici e nella qualità dei contenuti della prassi. I danni più gravi sono iniziati in conseguenza della distorsione della strategia di approccio all'attività giovanile, già nelle prime fasce d'età intorno ai 12 anni.

La scelta prematura non solo della disciplina sportiva,ma anche della specialità da praticare;

Il conseguente orientamento metodologico,infarcito di contenuti ed interventi precocemente specifici e per questo limitati nel numero ma soprattutto difficili da sostituire negli anni e, quindi, soggetti ad una ripetizione pedissequa che ne riduce ed arresta gli effetti di miglioramento. Non si dimentichi che la continuità dell'accumulazione degli effetti della evoluzione prestativa, viene assicurata dalla ricchezza, dalla qualità degli stimoli e dalla variazione dei parametri del carico del training;

Una programmazione dell'attività di allenamento (preparazione e competizioni), artificiosamente ed erroneamente organizzata a rispecchiare quella di un campione adulto;

La dimenticanza, da parte dell' allenatore-educatore, della essenzialità del convincimento dell'allievo a realizzare una scelta condivisa che lo responsabilizzasse ad una partecipazione cosciente ed attiva, la sola a poter mobilitare in maniera esaltante, tutte le risorse psico-nervose del suo allievo.

Questi alcuni dei motivi di tanti fallimenti di talenti mai diventati campioni. Queste spinte centrifughe ed improprie ad una attività di formazione di base a sviluppo psico-fisico integrale, hanno portato ad una speculazione distorta e ad una valorizzazione aberrante dei mezzi e delle metodologie di training per lo sviluppo della componente fisica, a scapito dell'affermazione del principio educativo che conducesse ad una completa, solida ed equilibrata maturazione dei processi psichici che conferissero al giovane esperienza di se e dei suoi comportamenti. In termini più semplici, sarebbe più utile, nell'età dello sviluppo e dell'approccio all’attività, occuparsi molto di più di ciò che risiede e viene elaborato dal collo in su, piuttosto dell'altro che è distribuito dal collo in giù. L'attività fisico sportiva giovanile intesa come processo psico-pedagogico educativo ha un suo significato caratteristico se risponde a due particolari esigenze:

essere programmata in funzione del futuro;

essere organizzata per favorire, nel giovane, l'acquisizione progressiva di una sempre migliore e completa autonomia per governare consapevolmente e responsabilmente i suoi comportamenti a misura che cresce la sua evoluzione. Finendo di essere, ciascuna di queste due (autonomia ed evoluzione )nel contempo, effetto e causa dell'altra.

Due principi troppo spesso dimenticati che debbono essere sostenuti dalla convinzione del giovane ad una applicazione seria e scrupolosa che lo responsabilizzi soprattutto verso se stesso, spinto dalla curiosità di conoscere i suoi punti di forza e le sue debolezze, le sue ricchezze e le sue miserie comportamentali. Il giovane deve altresì convincersi, aiutato dal suo allenatore-educatore, che quanto sta realizzando ricadrà sotto forma di effetti positivi su se stesso, soltanto se lo avrà voluto fortemente. Momento qualificante e stimolante dell'azione educativa è l'occasione esaltante della competizione che deve arricchire il programma di attività del giovane, in quanto impegna tutte le sue individualità: caratteriali/temperamentali/intellettive/psichiche e fisiche. Momento esaltante che alla pari di qualsivoglia importante e grande avvenimento, produce emozioni tali da richiedere un alto livello di capacità di controllo per gestire al meglio il conseguente stato di eccitazione ed il "surplus" di energia che ne deriva, al fine di esaltare le capacità prestative. Capacità psichiche più che squisitamente fisiche, migliorate ed affinate se  il giovane è stato  disposto a partorirle, e se l'aiuto  dell'allenatore è andato  in  questo senso.

La competizione, quindi, come momento di verifica che funge da cartina da tornasole del livello di autonomia comportamentale del giovane in particolari e forti stati di tensione psico-nervosa. E' molto importante che il giovane comprenda che c'è una stagione per costruirsi e gratificarsi di aver superato se stesso, ed un'altra per appagarsi di aver superato gli avversari ed allora, poiché quella che lascia il segno e dà l' impronta ai successivi atteggiamenti è la prima stagione, mi permetto di proporre il mio decalogo del giovane competitore.

Voglia di competere per scoprire soprattutto le reazioni caratteriali e temperamentali stimolate da un grande evento ed imparare a gestirle.

Nella competizione gratificarsi soprattutto di aver superato se stesso e non l'avversario.

Trovare sempre forti ed importanti motivi e stimoli per impegnarsi a migliorare.

Praticare spesso, (non sempre) la filosofia dell' insoddisfazione poiché l 'appagamento addormenta gli stimoli.

Convincersi e credere nella indispensabilità dell’allenamento e dell'impegno responsabili come unici mezzi per migliorarsi.

Porsi obiettivi sempre più qualificanti, ma possibili.

Ridiscutere, in caso di controprestazioni, con senso critico e realistico e rigoroso, i veri motivi, invece di spostare l'esame verso cause improprie dei fallimenti, per escludere il proprio coinvolgimento nell'insuccesso.

Farsi spingere dalla curiosità per scoprire, senza limitazioni, se stesso, i propri punti di forza e le proprie miserie.

Non temere qualora si palesassero, nei comportamenti, carenze e mediocrità, se si è disposti ad aggredirle e colmarle. Se si ha carattere queste possono servire da stimolo.

Parlare e confidarsi con il proprio allenatore, senza reticenze, avere di lui la massima fiducia. Quello che gli si nasconde lo porterà fuori strada, a soluzioni non coerenti alle vere necessità.

Io credo che tali contenuti dell’azione educativa, tendenti a mettere in atto tutte le potenzialità del giovane, per una proficua serie di esperienze formative per il futuro, mal si conciliano con forme elitarie di affermazioni individualistiche quali Campionati Europei e Mondiali Giovanili, il cui significato, privo di qualsivoglia etica educativa, resta, poi, soltanto fine a se stesso.

Prof. Carlo Vittori

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Che fenomeni ma che tristezza

giovani_2Questa mattina, aprendo il sito della Fidal, la mia attenzione è caduta sull’articolo “Haliti record italiano allievi sui 500” che qui testualmente riporto: Ancora un record per Eusebio Haliti, protagonista assoluto fra gli allievi della stagione indoor 2008.
Il portacolori della pol. Rocco Scotellaro Matera che già quest’anno aveva abbassato il record italiano di categoria indoor dei 400 con 48.86, ha ottenuto al Campo Scuola Duni di Matera il nuovo primato italiano dei 500 con 1:03.6, cancellando il vecchio record di 1:04.4 che risaliva a ben 27 anni fa.
Haliti è stato aiutato nella sua impresa dal compagno di squadra Gianluca Mastropasqua che lo ha stimolato fino ai 300 metri, poi Haliti è stato autore di un’entusiasmante progressione. Haliti, classe 1991, si era già laureato campione italiano indoor quest’anno ad Ancona”.

Ma come può al giorno d’oggi la scienza dell’allenamento riuscire ancora a partorire certe aberrazioni pedagogiche ed educative?

Queste scelte agonistiche finalizzate all'ottenimento di una eclatante prestazione rappresentano lo stravolgimento culturale che è alla base degli insegnamenti che il buon senso e la scienza propongono per queste fasce d’età.

Da censurare è l’accanimento – nel giovane, come anche nell’adulto – della ossessiva ricerca del record come fine di un percorso addestrativo, che qui non vogliamo ne tanto meno possiamo giudicare, ma sui cui mezzi abbiamo il dovere morale in qualità di educatori di esprimere opinioni non felici.
Questo record è frutto della premeditazione perché agevolato dall’utilizzo della lepre che pure in manifestazioni internazionali di livello assoluto sono state proibite.

Qual è stata quindi – ci si domanda – la finalità educativa di questa “esibizione”? E’ evidente che con comportamenti analoghi si finisce inevitabilmente per speculare sulla giovane massa biologica scimmiottando i comportamenti degli adulti e fra questi solo quelli dei grandi campioni.
Comportamenti che lasciano intuire strategie di allenamento e approcci comportamentali basati sulla speculazione piuttosto che sulla strategia del predisporre.
Dov’è finita la politica dei piccoli passi ?: far crescere l’atleta, farlo diventare campione gradatamente nel rispetto della sua individualità biologica e comportamentale? Cosa rappresenta questo record come tutti gli altri stabiliti nelle medesime condizioni nelle stesse fasce d’età’? qual è il suo significato? Cosa dimostra?
A queste belle domande sarebbe utile avere una risposta.
Lo stesso grande velocista Russo Valery Borzov era solito dire: le vittorie valgono più dei record. Noi siamo più bravi però e quindi diciamo che sono meglio i record giovanili che tutto il resto. Giusto? Tanto questi ci danno visibilità immediata.

Ma soprattutto ci dobbiamo domandare se facciamo veramente gli interessi del ragazzo, perché dei figli degli altri che stiamo parlando, è sui figli degli altri che facciamo i nostri piccoli esperimenti, teniamolo sempre a mente questo cari colleghi.
Nell’interesse di chi quindi questo record è stato realizzato? come anche gli altri eventualmente siglati con le medesime modalità da altri atleti ? E i miei ricordi si soffermano su molte tragiche scene di cui sono stato testimone sui campi di tutta italia in molti anni di attività prima come atleta e poi successivamente come tecnico.

Protagonisti, allenatori che si accapigliano incitando con smodata enfasi fanciulli alla prestazione o che rasentano la colluttazione con colleghi o giudici per ragioni futili se paragonate all’importanza della festa (perché a livello giovanile le gare feste devono intendersi).
Futili motivi in fondo che per lo più si concretizzano in corsie sfavorevoli assegnate ad atleti apparentemente più meritevoli, o batterie mal composte. Ma stiamo parlando di giovinetti, rendiamocene conto! Va bene, potrà essere stato anche sfavorito, ma in che cosa?, qual’ è questa cosa di così irrimediabile che a 13 anni o poco più non possa essere superata alla prossima gara?
Siamo educatori, abbiamo il dovere di trasferire oltre alle competenze tecniche, valori come il rispetto per gli avversari, per i giudici, per gli altri tecnici e per la federazione nei cui ambiti svolgono la loro attività agonistica. Abbiamo il dovere di tutelare i ragazzi che ci sono stati affidati rispettando la loro crescita fisica e psichica.
Con questi comportamenti togliamo ai ragazzi l’innocenza della spensieratezza, che muore, soffocata sotto il peso delle frustrazioni di noi adulti.
Per non parlare poi dei comportamenti di taluni genitori esaltati e ossessionati, la cui ragione viene offuscata dal desiderio travolgente di cronometrare tempi sempre piu' veloci o misurare salti sempre più lunghi ai loro piccoli campioncini in erba, e il tutto nel più breve tempo possibile.

Siamo la nazione al mondo che vincerebbe le olimpiadi se esistessero quelle giovanili (ragazzi, cadetti e allievi), ma siamo anche la stessa nazione che a stento riesce a piazzare ogni 4 anni un finalista nella massima rassegna assoluta.
Questo ci deve far riflettere per individuare le vere cause del problema che troppo spesso vengono impopriamente riversate sulla FEDERAZIONE in senso lato, mentre le vere cause sono da ricercare nell'attività che noi tecnici quotidianamente realizziamo sui campi.

E, per concludere questa parentesi, lancerei una domanda che si propone anche come momento di riflessione: quanti di noi colleghi hanno allenato ragazzi che hanno vinto titoli giovanili, hanno fatto record e quanti di questi si sono affermati in seguito in ambito assoluto con gli stessi risultati? Non ho i numeri, ma riflettiamo insieme tutti quanti per evitare il perpetuarsi, di eventuali errori.
Una quindicina di anni or sono, mossi i primi passi come tecnico, e mi capito' fra le mani un giovanissimo talento che al suo secondo anno di attività da allievo, realizzo' 10"6 sui 100.
Una cosa formidabile per quella età.

Lo stesso in età adulta sebben capace di 10"52 sui 100 non fu' in grado di esprimere valori che minimamente potevano essere avvicinati al 10"6 giovanile. Molto verosimilmente, le tappe che in quella età furono da mè saltate al fine di previlegiare metodologie speculative, errori commessi si in perfetta buona fede ma anche nella piu' ceca ignoranza, non consentirono all'atleta in età adulta di esprimere tutto il suo potenziale genetico e motivazionale, castrando probabilmente le sue sacrosante aspettative. Questa esperienza fà da anni parte del mio bagaglio di "ricordi" da non dimenticare.

I record certo fanno piacere a tutti, ma assumono un significato ben diverso se ottenuti senza una pianificazione accurata e nel contesto di una manifestazione istituzionale giovanile, che magari in futuro ci saranno anche, ma che non cancella purtroppo la traccia dello stravolgimento pedagogico ed educativo ormai perpetuato.
Traendo spunto dalla vicenda Haiti, ho voluto trasferire questa mia esperienza e queste mie determinazioni su una questione che mi è particolarmente a cuore.
Buona atletica a tutti.

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Riflessioni, spunti, dubbi e critiche sull'allenamento e la preparazione atletica. Da un'idea di Giuseppe Palmiotto ed Edoardo Marinelli © noivelocisti.net | all rights reserved.